
Saliceto (foto © caterinAndemme)

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| Saliceto (foto © caterinAndemme) |
Ad un certo punto leggo nel libro di Marco Albino Ferrari Le prime albe del mondo una domanda curiosa che più di una persona, una volta arrivati in cima al Monte Bianco, gli pone e cioè:
<< Da qui si vede il mare?>>.
Tralasciando eventuali lacune a riguardo della geografia e rovesciando il punto di vista, potrei dire in alcune parti della Liguria costiera dal mare si possono vedere le montagne.
Naturalmente avete compreso che se ho tutto questo interesse per la Liguria è perché ci abito.
Il territorio della Liguria si divide tra montagna e collina, lasciando una striminzita striscia costiera ai vacanzieri marini, quindi, paradossalmente, la si può definire una regione montana.
Nelle foto il rifugio della Casa della Miniera e un tratto di sentiero riguardante l'Alta Via dei Monti Liguri nel Parco Naturale Regionale del Monte Beigua.
Le prime albe del mondo non dovrebbe mancare tra coloro cha amano la montagna: io stessa, camminatrice e non certo alpinista, mi sono immedesimata in quelle storie di uomini e donne che, dietro alla spinta verso l'ignoto e la conoscenza, hanno percorso in passato i luoghi inesplorati della Terra.
Ho seguito i passi di Walter Bonatti, quelli di Reinhold Messner, di Ninì Pietrasanta, di Loulou Boulaz...
Ho avuto un brivido leggendo la fine tragica di Giusto Gervasutti quando il 16 settembre 1946, insieme al suo compagno di cordata Giuseppe Gagliardone, tentano di salire sul Mont Blanc du Tacul ma devono rinunciare per il maltempo:
<< Gervasutti fugge come un lampo verso il vuoto, precipita con le braccia che annaspano impotenti nell'aria,, sparendo nell'abisso trasparente>>
E' anche in parte la storia dell'autore, di come divenne direttore della prestigiosa rivista Alp (purtroppo da anni non più in edicola), curatore della collana I Licheni e autore di molti altri libri tra cui Frêney 1961; Il vuoto alle spalle; Terraferma; In viaggio sulle Alpi; La via del lupo.
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| Immagine ©caterinAndemme |
Un quasi prologo
Qualche anno fa mi cimentai nel Tour du Mont Blanc, impresa interrotta dopo qualche tappa per il poco tempo a disposizione e per il maltempo allora incombente.
Enrico Brizzi, decisamente più fortunato, insieme ai suoi amici ha completato il Tour descrivendolo nel suo libro L'estate del Gigante.
Ovviamente il titolo di quest'articolo, riferito ai 4.805 metri di altezza (comunque sempre sotto il cielo) , si riferisce alla cima del Monte Bianco.
Quando si parla di Monte Bianco e dei suoi primi scalatori, sono sempre gli uomini ad essere menzionati: Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard (quest'ultimo poi discriminato da certa stampa di allora fu presto dimenticato) furono i primi ad arrivare in cima l'8 agosto 1786.
Ma le donne?
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| Isabella Straton |
Ebbene la prima ascensione invernale assoluta fu proprio una donna ad effettuarla il 31 gennaio 1876: Isabella Straton ( a dire il vero l'impresa venne compiuta insieme a suo marito Jean Charlet).
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| Marie Paradis |
Andando, però, indietro negli anni e cioè risalendo al 14 luglio 1808 troviamo Marie Paradis (insieme al figlio e a Jacques Balmat) in cima al Monte Bianco: in verità la storia ci racconta di un'ascesa tormentata da parte di Marie che, comunque, in seguito si aggiudicò il soprannome di Marie du Mont Blanc, oltre al ricordo postumo con dedica di una scuola a Saint-Gervais-les-Bains, la passeggiata che costeggia il fiume a Chamonix, una strada a Valence e una a La Roche-sur-Yon, un vicolo ad Annecy, una palestra a Parigi e una a Blainville-sur-Orne.
Per concludere questa rapida carrellata sui personaggi (quasi) dimenticati dalla storia delle ascensioni sul Monte Bianco e per dare anche un motivo di orgoglio ai nostri amici a quattro zampe (ammesso che a loro interessi) il primo cane che mise la propria zampa in cima al Gigante fu quello che accompagnò l'alpinista Michel Belmot il 23 agosto 1837 (non è dato a sapere quanti croccantini si guadagnò il fedele amico dell'uomo).
Di Paolo Rumiz ho un ricordo indelebile nella mia memoria, quando una sera di alcuni anni fa, nel Parco naturale delle Capanne di Marcarolo (siamo in provincia di Alessandria), si tenne un concerto della European Union Youth Orchestra con la voce dello scrittore che leggeva alcuni brani dei suoi libri, facendo così da filo conduttore tra musica e parole.
Purtroppo, la sera precedente all'evento, vi fu un tragico episodio dovuto all'annegamento di un ragazzo nel torrente lì vicino, ciò mise in forse lo svolgersi del programma, poi la decisione fu quella di ricordare la vittima con un commovente assolo di tromba sulle note del silenzio.
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| Paolo Rumiz insieme alla European Union Youth Orchestra (Immagine ©caterinAndemme) |
Anni addietro, quando ancora potevo essere considerata una ragazza (anch'io ho il vizio di invecchiare), mi trovavo in Irpinia per un breve giro esplorativo in questa bella terra del nostro Meridione.
Non potevo, quindi, farmi mancare una visita nel capoluogo di provincia, cioè Avellino.
Camminando per il centro cittadino venni attratta da un enorme edificio in evidente stato di abbandono e circondato da una recinzione.
Proprio mentre stavo sbirciando tra le maglie della rete (in realtà cercavo un varco per entrare), un gentilissimo custode, vedendomi armata di macchina fotografica, mi consentì di entrare.
L'edificio in questione era l'ex Carcere Borbonico in uso fino al 1980 che oggi, dopo la sua ristrutturazione, è il più importante polo museale dell'Irpinia.
Allora non sapevo ancora dell'esistenza dell'Urban exploration ( a volte abbreviato in Urbex), tanto meno di esserne diventata una neo adepta.
La nascita dell'Urban exploration risale agli anni '90 e il suo interesse è strettamente legato alla fotografia (in effetti il libro che vi propongo è composto soprattutto di immagini).
L'ideatore di questo movimento fu il canadese Jeff Chapman (deceduto a Toronto nel 2005), conosciuto in rete con il nickname Ninjalicious.
Jeff Chapman ha comunque dettato delle regole per esercitare questa passione che si possono riassumere in questa frase:
<<Take only photographas, leave only footprints>>
Assieme all'invito di scattare solo delle fotografie e di lasciare solo le proprie orme, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e di vestire con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento adeguato).
E' in ogni caso bene ricordare che se un edificio è in uno stato di abbandono lo stesso può essere (e in effetti lo è) proprietà di qualcuno: la violazione della proprietà privata è punita dall'articolo 614 del nostro Codice Penale.
P.S. nel mio blog che vi ricordo essere IL blog di Caterina) ho scritto della mia piccola avventura in Irpinia (postando alcune immagini) nell'articolo intitolato Urbex, alla ricerca dei luoghi perduti.
L'incipit del libro:
<< Era stato un inverno gelido quello del 1848, il più freddo che la gente ricordasse.
Si andava a letto presto, la sera, e nella casa in cui viveva la famiglia Fox ogni notte si sentivano strani colpi nei muri e nel pavimento....>>.
Incipit non del tutto dissimile da quello amato da Snoopy:
<< Era una notte buia e tempestosa....>>
Non vi aspettate, però, di leggere di porte che cigolano, di ectoplasmi vaganti in case abbandonate, oppure di cavalieri erranti che vanno in giro con la propria testa sottobraccio.
Il libro di Massimo Scotti (ricercatore specializzato nella letteratura francese e collaboratore in diversi atenei) è molto serio, tanto da leggere nella prefazione che anche il diritto romano e quello moderno si interessa ai fantasmi quando, a esempio, un appartamento con annesso spirito può venire deprezzato.
...Se ciò sia vero bisogna chiederlo a un avvocato (o avvocatessa).
Il libro, dunque, può essere letto a più livelli: da quello strettamente legato alla cronaca, alle tradizioni, all'antropologia e alla scienza, fino ad arrivare alla definizione in cui il concetto di fantasma è cambiato di pari passo con l'evolversi della società